Testo “In Movimento” 2016

E’ il 1994 quando papà torna a Campobasso dopo un decennio in Piemonte: lassù, lavoro a parte, scopre l’arrampicata che diventa presto la sua più grande passione (dopo le donne ovviamente!). Un anno dopo nasco io e nel 2002 nasce L’Arpiglio, la prima associazione d’arrampicata sportiva molisana, fondata da mio padre che inizia ad allenare un piccolo gruppo di ragazzi: ben presto arrivano le gare in giro per l’Italia e i primi risultati a livello nazionale.

A­ 8 anni il mio interesse principale, oltre ai videogame e ai cartoni animati, è il judo, sport che pratico a livello agonistico ma senza rinunciare a saltuarie scalate a Frosolone o nella piccola struttura artificiale dell’Arpiglio: là, papà mi ordina come salire, io eseguo. Terrorizzato dall’altezza e dal volo, desidero scendere il più presto possibile: ma lui mi urla contro per farmi forza ed io salgo, con le lacrime agli occhi.

A 13 anni mi fidanzo per la prima volta con un ragazza molto più grande di me e il mio storico maestro di Judo se ne va: così abbandono definitivamente questa attività.  Poco dopo sono io ad essere abbandonato, dalla mia ragazza, e mi ritrovo terribilmente solo. E’ l’estate del 2010 e senza rendermene conto comincio a scalare quasi ogni giorno: arrivano le prime vie di 7b e il primo 7c; la paura è quasi scomparsa, però io non sono soddisfatto; nasce in me l’insaziabile seme dell’ambizione. Desidero salire il mitico ottavo grado.

“Così, in maniera del tutto spontanea, ci ritroviamo soli, io e l’arrampicata.” (tratto dal racconto “Agony, il primo 8a molisano”, guida A SUD, edizioni Versante Sud, di Pietro Radassao). In quel periodo mi sento solo e depresso, ma grazie all’arrampicata torno a “vivere libero”: la libertà per me è essere lì, in parete, da solo, a decine di metri di altezza, concentrato sui movimenti del mio corpo, quel corpo che sembra muoversi da solo,  accarezzato dal vento, che si porta via tutti i pensieri e libera la mente. Mi innamoro di Colle dell’Orso e del suo cielo azzurro, delle forme perfette della sua roccia, dei suoi prati e soprattutto delle sue vie che ora sono diventate per me la più grande sfida. Desidero arrampicare più di ogni altra cosa e presto la passione si trasforma in ossessione: prima di dormire ripasso i movimenti della via che sto provando e appena sveglio fremo dal desiderio di andare a scalarla. A scuola il mio sguardo è assente, perché col pensiero continuo ad essere lì, ancora attaccato agli appigli scolpiti nel calcare grigio. A 15 anni arriva il primo, agognato, 8apoi, mezzo grado alla volta, arrivo fino all’8b+, riesco nei primi ottavi a vista e nei boulder di 8a, tutti gradi mai saliti da un molisano a quell’epoca.

L’anno scorso sono rimasto colpito da che una via che ancora nessuno era stato capace di salire, situata in un nuovo e suggestivo settore della falesia di Frosolone, la “Valle Segreta”. Una crepa, un buco, una fossa buia, umida e fredda immersa nel silenzio. Perfino il tratto da percorrere per accedervi è impervio ed ostico. Dal fosso emerge una parete strapiombante di 30 metri: è qui che si trova “Ultimo Viaggio con Caronte”.  Divisa in due tiri, dopo aver superato il primo (che raggiunge già l’8a) la via abbandona l’oscurità del profondo ”canyon infernale” e, illuminata dai raggi del sole, svetta poi tra i colori: il verde degli alberi della Valle Segreta e il blu del cielo frosoloniano si uniscono al viaggio con il traghettatore delle anime.

Provo la via alcuni giorni e un pomeriggio, dopo un allenamento mattutino in palestra, sono di nuovo lì, dove il sole non arriva, alla base del progetto con l’unica intenzione di ripassare i movimenti perché troppo stanco. Quando sai di essere più forte del tuo nemico hai nella testa l’angosciante incombenza di dover vincere, io invece sono partito sulla via senza nessuna aspettativa di vittoria e forse proprio per questo scalai fluido e veloce senza commettere errori fino a ritrovarmi rapidamente in cima. Moschetto la catena e papà mi cala con gli occhi colmi di gioia e dicendomi che saremmo andati subito a festeggiare dall’oste giù in paese. Io invece sono triste, triste perché il viaggio si è concluso troppo presto ed ho dentro un vuoto da colmare, lo stesso vuoto di una storia d’amore che giunge al termine: l’amore che si genera tra lo scalatore e la linea che sta provando. Perché se mentre provavo la via ero travolto da un fiume colmo di emozioni e sogni, una volta salita e vinta la sfida, sono stato travolto da un fiume più simile all’Acheronte, un fiume freddo ed “infernale”: avevo già realizzato il mio più importante obiettivo, cosa avrei fatto dopo?
Nel 2013 Gianluca Mazzacano e Lorenzo Iachini, due forti scalatori romani e miei amici, chiodano una splendida via che si rivela essere 8c, il primo di Frosolone e del Molise, il primo salito da un meridionale, il primo, si spera, di una lunga serie di importanti realizzazioni: “Ultimo Viaggio con Caronte”.

Questo, come altri risultati, non sono solo merito mio: non avrei mai potuto realizzare tutte quelle salite senza mio padre che mi insultava brutalmente quando volevo scendere. O senza i compagni con cui mi alleno,che facevano il tifo alla base della parete: Luca e Emilio Silvaroli, la madre Fabrizia Amici, Consuelo Sallustio, Lucia D’Alonzo, Francesco Zurlo, Carmine Petti, Luigi Barata ed Emi Campanella, devo soprattutto a loro i miei successi!

Oggi che ho più di 20 anni cerco l’equilibrio nella scalata così come nella vita. Passione non significa ossessione e ho quindi detto addio ai carichi di allenamento esagerati uniti alle diete ipocaloriche e restrittive, alle futili autopunizioni per non essere riuscito nell’obiettivo, all’asocialità e al desiderio di essere il migliore sempre e subito. L’esuberante entusiasmo che mi ha contraddistinto negli anni è stato la causa di un’opprimente disforia che mi ha schiacciato fin troppe volte. La crisi vera è dura da affrontare, distrugge la motivazione, ti fa sembrare inutile l’allenamento, è quella voce che proviene dall’interno e ti dice di abbandonare. Questa voce è stata dentro me più di una volta e in qualche occasione stava per avere la meglio: ho trascorso interi periodi senza scalare per colpa sua, ma alla fine i sentimenti che provo per l’arrampicata hanno prevalso su di essa. Forse è perché la scalata alimenta in me progetti ed ambizioni sempre nuovi e mai noiosi, perché muoio dal desiderio di spingermi oltre i miei limiti e di andare al di là di me stesso ogni volta che arrampico.

Accarezzare con le mani la roccia e danzare con lei come fosse una dolce amante, superare le paure e le insicurezze, lottare per raggiungere la meta, far lavorare in sinergia mente e corpo alla ricerca del modo migliore per procedere verticalmente, provare e riprovare qualcosa che inizialmente sembra impossibile fino a riuscirci: io amo arrampicare.

Pietro Radassao